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Un’unica idea ma infinite applicazioni
Nell’imprevedibile comunità dell’arte circolano in realtà con frequenza prevedibili luoghi comuni, frasi fatte delicatamente riproposte come nuove. Alcune di queste (grazie all’effetto del deja-vu o del già sentito (( che, si sa, nel colmo della distrazione possono essere facilmente esperiti come l’oggettivamente fondato))) risultano quasi convincenti (se condite con la dovuta salsa anedottica
di elenchi probatori presi a piacere) tanto da assurgere al ruolo di leggi pseudo-scientifiche; ovviamente questo quando, al di là della coltre impermeabile, nel campo delle scienze serpeggiano questioni complesse e vertiginose attorno alla domanda sull’effettiva esistenza di qualcosa che si possa chiamare legge oggettiva ed assoluta.
Una di queste frasi ricorrenti (e il piacere ha spesso relazione con il ripetitivo, e trattandosi di piacere non a caso frasi simili funzionano o frizionano meglio se pronunciate allegramente a tavola, tra commensali gaudenti) starebbe nel fatto che la carriera creativa di gran parte degli artisti, anche quelli più grandi, ruota sempre attorno ad un nucleo fondamentale, spesso un’unica idea, tirata avanti dall’inizio fino alla fine e che in definitiva l’artista nasce con un proprio indelebile ed ineludibile marchio.
Questa così condizionante tesi, favorevole all’idea indiana del Karma individuale, misconosce contradditoriamente l’idea che nella filosofia indiana, buddhista soprattutto, il karma corrisponderebbe oltre che ad un destino (chiamiamolo così), all’inoggettività della sostanza individuale, perché in quella tradizione questa è legata alla molteplicità delle condizioni.
Quindi per i fautori della tesi anzidetta le circostanze gravitanti attorno all’artista o alla sua opera sono invece inessenziali, sia come cause scatenanti sia pure come attenuanti (nei casi meno gloriosi).
Detti fautori (comunque encomiabili per una riconsiderazione in chiave “genetica” e “antidemocratica” dell’arte ((un teorico della democrazia come Touqueville prefigurava, con buon anticipo, nell’avvento delle masse i pericoli di un dibattito poco discorsivo)), che di questi tempi potrebbe avere risvolti interessanti) nell’ansia dell’identico , preferiscono occultare l’impulso alla differenza da sé medesimi come un cascame forse vitalistico e romantico e di conseguenza assegnano al campo della logorrea la ad esempio eccedente produzione Picassiana.
Ora fatto stà che nella sua lunga e generosa carriera Picasso ha giocato consapevolmente assai spesso sul “d’après” e quindi può stare perfettamente al centro del nostro fatuo problema, naturalmente eludendolo.
In una sua millanteria disse che se in un certo museo ( non ricordo quale, forse un museo immaginario) fossero spariti i vari capolavori lì custoditi lui da solo sarebbe stato capace di ridipingerli
a modo suo tutti e di così rimpiazzarli (ripeto: “a modo suo”).
Come non ricordare comunque tutte le sue innumeri (e quindi non totalmente rammemorabili) ma concretissime versioni dello stesso tema nell’ indifferenza del soggetto, quale fosse il punto di partenza; pretestuoso ritratto o spesso, in proliferazione di repliche , quadro di altro pittore, magari del passato (e non mezze calzette: David, Velazquez, Delacroix eccetera).
Assecondando il moto della caduta dei gravi e precipitando così nell’identico della mia ragione sociale di singolo sono a questo punto portato ad entrare nel caso mio personale impersonalissimo di giovanissimo visitatore del Kunstmuseum di Basel, città dove sono nato.
Accompagnato (avevo tre o quattro anni) dai genitori andavo di preferenza in adorazione dei quadri di Picasso che conoscevo a menadito : dello spagnolo ero fan sfegatato ed ispirato.
Poi un lungo addio, ciao Pablo, l’arrivo in Italia a Udine, a 5 anni e più avanti, a 14, il trasferimento a Venezia per frequentare finalmente le scuole d’arte ( e proprio perché tanto amate e desiderate, tradite poi senza tanti complimenti e poco frequentate). Verso i 15 anni, giovane studente, compro in un’edicola di Venezia un fascicolo dell’enciclopedia dell’Arte Moderna Fabbri, insuperato esempio di divulgazione a dispense sull’argomento: tra le sue pagine il bagliore improvviso del ritorno all’identico o del non so cché di familiare: la riproduzione del Picasso più volte ammirato quand’ero bambino a Basel.
Riconosciuto dopo tanto tempo al primo colpo d’occhio.
E guarda caso si trattava proprio di un “d’après”: una versione irriconoscibile delle ragazze della Senna di Courbet,guarda caso una ripetizione differente e quindi, fra le tantissime cose, anche un imprinting fondamentale per il sottoscritto non-medesimo.
La mia predilezione per una connessione, alla luce del sole o delle lampade del mio studio, tra fedeltà e tradimento del soggetto credo che in quest’occasione abbia uno dei suoi momenti fondativi, purché
si prenda sul serio la struttura letteraria delle agiografie dei santi e del mito del momento culminante.
Per diverso tempo mi sono occupato non casualmente della riproposizione per traslazione pittorica di concetti filosofici, titoli quintessenziali, slogan onnicomprensivi, ma con l’intento non tanto di fare un censimento banalmente irriverente dell’assolutismo del pensiero che si vuole ponderato ma isolando quelle questioni che mi sembravano cruciali per i nostri giorni, scienza e tecnica, crisi delle ideologie e della filosofia,espansione capillare della società dello spettacolo e considerazioni sulla conseguente crisi di un progetto politico alternativo, relativismo ed etica ecc.
Tutte questioni che pensavo e penso sarebbe bene mai considerare risolte ma indefinitamente aggiustabili (e in certi casi aggirabili) perché sempre soverchiate da un orizzonte “altro” dalle
consuetudini assodate.
Edward Said si domandava nel suo celebre “Orientalism” (1978) se avesse un qualche senso non
post-coloniale l’esistenza ,tra le cattedre delle università occidentali, di materie di insegnamento
dedicate ad un fantomatico “Orientalismo” assai difficile da definire e si domandava perché ad esempio non esista un equivalente speculare nei corsi di studi delle scuole dei paesi islamici riguardo un’”Europeismo” o un “Americanismo”; questo per dire che un certo genere di studi non può nascere, fin a partire dal titolo, che da pregiudizi etnocentrici di vario genere.
Inevitabilmente, tornando alle precedenti considerazioni, si tradisce il soggetto e, in certi casi è perfino comodo inventarselo a piacere per i propri fini, quelli sì chiari e precisi.
La moda dell’oriente degli anni 60 ha io suoi precedenti nell’800: gli appassionati della pittura ricorderanno la corrente europea dell’orientalismo, fomentata da abilissimi e certosini virtuosi del pennello, che rappresentano un po’ l’inconscio nascosto, anche se recentemente sdoganato, che sta dietro il meritevole ma non onnicomprensivo fenomeno poi vincente dell’Impressionismo (e parliamo
dei manuali di Storia dell’Arte anche meno riassuntivi).
Molta di questa pittura, assimilata in blocco da alcuni palati fini alla più vasta e deprezzata etichetta di “pittura pompier”, in effetti spesso ci racconta un oriente da cartolina adattato ai desideri di una borghesia occidentale strangolata da un ambiente in cui dominava la religione laica di un produttivismo positivistico assai poco edonista se non nei bordelli, naturalmente numerosi, dove necessariamente spesso sfociava.
Come riprodurre e quindi tradire l’idea di “Oriente” come “altrove”, in un periodo ormai assai interconnesso (se non nell’intimo nell’effettuale)?
Come fare oggi un quadro orientalista che possa trasmettere il proprio disincanto riguardo all’evasivo tema e quindi come ripetere differentemente questo stesso tema e quindi come passare oltre un mito esotista caro e tipico per un certo periodo a quelli della mia generazione oltre che per gli annoiati parigini dell’800?
Partendo da Said, ho raccolto diverso materiale sull’argomento, così come faccio ogni volta che progetto un nuovo lavoro. Passando da un sito all’altro, nelle mie ricerche in internet, nei miei archivi cartacei, i link da un sito all’altro, da un libro all’altro, si aprono perfino più spesso che le parentesi in questo scritto .
Inciampo su Richard Burton (1821 – 1890), il primo inglese a visitare La Mecca, travestito da arabo,
leggendario esploratore ( e fra l’altro traduttore degli atti ripetitivi descritti nel Kama Sutra),
aneddoti a iosa, vissuto tra l’altro a Trieste nei suoi ultimi anni. Perfetto. La faccia poi è
incredibile, da galeotto feroce, anche se devo usare nel quadro per esigenze di ambientazione
una sua foto più rassicurante, con il fez.
Poi mi ricordo che da qualche parte ho anche un ritaglio di giornale con una foto di Pierre Loti ( 1850 – 1923) vestito da turco e quello che credevo un semplice letterato esotista , non avevo ancora letto niente di suo, diventa dopo una più approfondita indagine un ufficiale ed un accademico di Francia,grande viaggiatore , che lottò a fianco dei nazionalisti in Egitto, cantò l’India senza gli inglesi, protesse la Tripolitania turca contro l’Italia e Cuba spagnola contro l’America, e che ne “Gli ultimi giorni di Pechino” ricordò la guerra dei Boxer.
A questo punto potrei aprire le porte a chissà quante altre storie, direi che sono quasi al nucleo della possibilità stessa illimitata di raccogliere ingredienti.
E ci sarebbero molti altri avventurieri europei che hanno percorse le incerte rotte dell’oriente a cavallo dei due secoli e in fuga da sé stessi : Freya Stark , Henry De Monfreid, Ella Maillart , altre biografie fantastiche, irripetibili, ma quello che ho raccolto è più che sufficiente per un primo quadro così come l’ho immaginato: il resto lo metterò nel prossimo a tema simile, insieme ai Beatles e al guru Maharishi.
Per ora , nella stessa stanza ho messo l’avventuriero Burton e il suo critico, Said e il contrasto è sufficiente. Un narghilé farà da tramite.
Dopo qualche schizzo preliminare a matita scansiono le immagini che mi servono, compongo la scena con Photoshop, cambio alcuni colori, ingrandisco alcune cose, ne rimpicciolisco altre; aggiungo una testa ad una modella presa da Uomo Vogue e la faccio sedere al posto di un Buddha con alle spalle un Naga in una statua thailandese e la faccio diventare un misto di affascinante creatura secolare e di divinità femminile. Do al Naga , in bianco e nero nella foto che utilizzo, un forte colore rosso che poi
magari modificherò nella sua tonalità al momento di dipingerlo. All’incrocio delle tue teste della donna c’è l’area più scura di una delle due che si sovrappone all’altra e che decido di lasciare per reinterpretarla pittoricamente.
Il maraja di Indore è tratto da una serie di foto della seconda metà dell’800 che ho trovato su un settimanale e che conservo in archivio da quattro anni: lo dipingerò in bianco e nero come l’originale perché voglio che si veda che la provenienza è proprio una vecchia foto in bianco e nero.
Per l’ambientazione soffitto e pareti sono composte dallo stesso pezzo di parete e soffitto preso dagli interni di un palazzo del Rajasthan ma duplicato più volte e riassemblato in varie combinazioni per simulare con lo stesso elemento un ambiente più grande.
Intervengo in alcune zone con effetti decorativi e psichedelici che mi divertirò a rifare a pennello,
probabilmente improvvisando qualche cambiamento.
Per lo sfondo che si intravede dietro le finestre trovo una vecchia foto scattata dalla Maillart con una spedizione in viaggio, una romanticissima fila di cammelli che procede nel deserto . Perfetta.
Utilizzo nel cielo soprastante un maestoso tempio anche i titoli di testa di un vecchio film hollywoodiano “Lost Horizon”, in cui si narra di un viaggio verso la mitica Shanbala: i titoli dipinti come nei cartelloni richiamano alla finzione e suggeriscono la fine del mito nostalgico dell’altrove.
Ultimo tocco: l’inserimento o incastonatura tra le colonne, dell’incontro degli attuali premiers cinese ed indiano alla cerimonia per l’anniversario delle relazioni diplomatiche tra i loro paesi (attualissima nota politico-economica all’interno di una sommatoria di inattualità) che ci parla di un oriente
che differisce dalle nostre pregiudizievoli aspettative .
A differenza di un normale “collage” in Photoshop non nascondo il processo di assemblaggio e faccio
risaltare il fatto che ciascun elemento, ciascun personaggio proviene da contesti diversi: le
incongruenze, le “giunture” insopportabili per l’ansia mimetica del grafico diventeranno pregi, pretesti per invenzioni pittoriche.
Ho preparato il telaio (cm.100 x 140) e la superfice : ora mi accingo a ridipingere il tutto con la tecnica tradizionale dell’olio su tela. Potrebbe volerci un mese di lavoro.
Lavoro con il computer a fianco, acceso sul progetto preliminare realizzato con Photoshop.
La base è il fotomontaggio, ma ora comincia il lavoro materiale e nuove modifiche andranno a verificarsi: è come se ogni nuova fase del lavoro si guardasse all’indietro ma ripercorresse una strada leggermente diversa. Ma chi ha ideato il quadro a questo punto? E chi lo realizzerà? Ho voluto evadere da me stesso alla ricerca dell’oriente e mi sono ritovato con un ben storicizzabile mito e così ho evaso sì, ma dal me stesso che voleva evadere .
Walter Bortolossi, 14 giugno 2005
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